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Friday, 29 June 2012

Il silenzio sarebbe più confortante


Mi dicono che il fatto che gli Italiani abbiano reazioni così entusiastiche nei confronti di una partita degli Europei sia un buon segno: vuol dire che siamo vivi, che abbiamo un cuore, che percepiamo un’unità nazionale che a tratti, negli ultimi tempi, è sembrata appannata. Che ne vogliamo essere partecipi, viverla. Ma dimostrare di essere così appassionati, così vivi, recettivi, non è forse ancora più tragico? 
Dov’era la passione, lo spirito, quando si approfittavano di noi, quando con la scusa di garantire ai giovani un futuro migliore, tagliavano sulle pensioni dei nostri genitori, dei nostri nonni, quando tagliavano sulla sanità, sulla scuola, quando investivano in “fondamentali” grandi opere, quando ci facevano diventare lo zimbello del mondo intero? 
Forse avrei preferito conservare un’immagine degli Italiani come malati terminali, involucri spenti, dall’elettroencefalogramma ormai irrimediabilmente piatto.
Hamid Ziarati, scrittore iraniano, durante una conferenza sulla Primavera araba cui ho avuto modo di assistere, era intervenuto chiedendosi, allibito, come fosse possibile che nel nostro Paese nessuno fosse sceso in piazza per dissentire, per reagire in risposta a un sistema palesemente sbagliato, chiedendosi come avessimo potuto preferire piuttosto chinare, sordi, la testa. 
Afa: ho la finestra aperta. Sento urla, giubilo, fischi e trombe da stadio, ma, di fronte a me, vedo anche la faccia di quello scrittore, la sua domanda mi pungola insistente, e io non posso fare a meno di vergognarmi. Penso che il silenzio sarebbe più confortante. Avremmo finalmente la sicurezza della nostra impotenza, saremmo assolti: tranquilli, non c’è più niente da fare. Non c’è mai stato niente da fare.