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Friday, 29 June 2012

Il silenzio sarebbe più confortante


Mi dicono che il fatto che gli Italiani abbiano reazioni così entusiastiche nei confronti di una partita degli Europei sia un buon segno: vuol dire che siamo vivi, che abbiamo un cuore, che percepiamo un’unità nazionale che a tratti, negli ultimi tempi, è sembrata appannata. Che ne vogliamo essere partecipi, viverla. Ma dimostrare di essere così appassionati, così vivi, recettivi, non è forse ancora più tragico? 
Dov’era la passione, lo spirito, quando si approfittavano di noi, quando con la scusa di garantire ai giovani un futuro migliore, tagliavano sulle pensioni dei nostri genitori, dei nostri nonni, quando tagliavano sulla sanità, sulla scuola, quando investivano in “fondamentali” grandi opere, quando ci facevano diventare lo zimbello del mondo intero? 
Forse avrei preferito conservare un’immagine degli Italiani come malati terminali, involucri spenti, dall’elettroencefalogramma ormai irrimediabilmente piatto.
Hamid Ziarati, scrittore iraniano, durante una conferenza sulla Primavera araba cui ho avuto modo di assistere, era intervenuto chiedendosi, allibito, come fosse possibile che nel nostro Paese nessuno fosse sceso in piazza per dissentire, per reagire in risposta a un sistema palesemente sbagliato, chiedendosi come avessimo potuto preferire piuttosto chinare, sordi, la testa. 
Afa: ho la finestra aperta. Sento urla, giubilo, fischi e trombe da stadio, ma, di fronte a me, vedo anche la faccia di quello scrittore, la sua domanda mi pungola insistente, e io non posso fare a meno di vergognarmi. Penso che il silenzio sarebbe più confortante. Avremmo finalmente la sicurezza della nostra impotenza, saremmo assolti: tranquilli, non c’è più niente da fare. Non c’è mai stato niente da fare.

Sunday, 13 November 2011

Caustiche precisazioni

Ci terrei ad aggiungere solo due parole sugli eventi di ieri sera e i festeggiamenti a spumante. Dunque, la bottiglia si è stappata, sono la prima ad averlo fatto, ma vorrei sottolineare che non siamo fessi: sappiamo perfettamente che la situazione continua a essere assolutamente terrificante.
Non credo infatti che, solo per il fatto che lo psiconano piduista si sia dimesso, tutto d’ora in poi sarà rose e fiori.
Non credo però neanche che tirare un sospiro di sollievo, dopo vent’anni di un vero e proprio regime da parte di quell’individuo, sia condannabile. Anzi, credo sia azione responsabile, in quanto per lo meno ci siamo liberati della figura che ormai in tutto il mondo rendeva noi e l’Italia zimbelli da guardare con occhi di sufficienza e commiserazione.

Si è parlato di fine di un’era, ma mi rendo perfettamente conto che occorre un distinguo tra “fine di Berlusconi” e “fine del Berlusconismo”. È lampante che da quest’ultima, ahimè, siamo ancora terribilmente lontani. Noi, come popolo, non abbiamo mosso un dito per cacciarlo. Inutile illuderci che ci sia stato un risveglio dal torpore morale che ormai caratterizza l'Italia e gli Italiani. Non abbiamo fatto una di quelle rivoluzioni memorabili, come sono state quelle del Maghreb, nè abbiamo smesso tutti improvvisamente di votarlo.
Abbiamo festeggiato semplicemente banchettando a posteriori. E forse questo è uno dei sintomi più evidenti di un’Italia che risulta ammalata, un’Italia che non ha neanche più la forza di essere democraticamente autonoma, di avere un popolo che si indigni e si disgusti coeso per le porcate di un omuncolo che piuttosto che preoccuparsi per le sorti del Paese continua a inseguire spasmodicamente i propri interessi. Noi, cittadini, cosa aspettiamo, cosa abbiamo aspettato? Forse una mano divina, qualcosa che si prendesse cura di noi, che ci facesse trovare la pappa pronta, premasticata? Abbiamo atteso e attendiamo così, in balia del primo furbo che passa, convinti che tutto ciò che ci dice sia dogma non ritrattabile. Non siamo neanche più capaci di ribellarci, talmente siamo abituati ad avere una grande mamma che faccia tutto per noi, che ci imbocchi, e che ci faccia grandi promesse, poco importa se poi le mantiene.
Ci siamo ridotti a bestie, che accettano pedestremente le decisioni prese dall’alto: e non è un bene. Su questo, non occorre che lo scriva io, spero siano tutti d’accordo.
Abbiamo la possibilità di scegliere, ce la siamo conquistata con il sangue. Non possiamo continuare a dire, rammaricati, “tanto sono tutti uguali”, è nostro dovere imporci, esternare le nostre opinioni, discutere, pensare: non possiamo ridurci per pigrizia a mere marionette.
Se non in questo frangente, almeno prima o poi, io spero ancora che qualcosa, in Italia, si muova.

Thursday, 6 October 2011

Thinking... too much

Il lato del pollice della mia mano destra rappresenta il mio attuale stato d'animo.
Il fatto che sia scorticato praticamente a sangue non è, pertanto, un buon segno.

Tuesday, 27 September 2011

Fobie

Fobie: ognuno ha le sue. Io per esempio ho quella delle cimici. Mi direte che è irrazionale, che non fanno nulla e che sono solo bestie stupide, ma io ne ho il terrore. La mia paura è talmente grande che non posso pensare di dormire in una stanza in cui ce ne sia una, tant'è che qualche hanno fa, appena ne sentii una ronzare sbatacchiando di qua e di là per camera mia, presi cuscino e coperta e me ne andai a dormire piegata in due su una poltrona del salotto. Non vi dico il torcicollo la mattina seguente.
Pochi giorni fa, rincasando e vedendone una in agguato sullo specchio dell'ascensore, optai per farmi cinque piani di scale a piedi.
Alcuni minuti fa, appendendo la borsa all'appendiabiti, ho quasi fatto morire di infarto mia madre cacciando un urlo e scagliando per terra la borsa in questione. Una cimice stava camminando sopra la tracolla.
Non so che farci, preferisco di gran lunga una vespa che mi ronza attorno rispetto a una cimice che mi vola sulla testa. La cosa grave è che oggi sarò costretta a barricarmi in camera, essendo a casa con la febbre e assediata dalle cimici, entrate approfittando del via vai dei muratori. Una di quelle giornate perfette, non vi pare?